STORIA DEL MARMO DI SANT'AMBROGIO IN VALPOLICELLA

'Estratto' dall'INTRODUZIONE del volume "MARMI E LAPICIDI DI SANT'AMBROGIO IN VALPOLICELLA - Pierpaolo Brugnoli & alii - Comune di Sant'Ambrogio in Valpolicella - Centro di Documentazione per la Storia della Valpolicella - maggio 1999". Con questo 'estratto' si è voluto semplicemente abbozzare la storia del Marmo di Sant'Ambrogio in Valpolicella, fornendo peraltro tutti gli elementi per ogni possibile approfondimento.




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La storia di questi marmi e di queste pietre si dipana lungo duemila anni e si sfaccetta in vari aspetti: geologia e mineralogia, escavazione e lavorazione, commercializzazione e trasporti. Tutto ciò a margine di circostanze fortunatissime e quindi vincenti: la bellezza e la rarità dei materiali (il marmo rosso è stata prerogativa soltanto locale); la loro relativa abbondanza; la vicinanza delle cave all'Adige, grande via d'acqua che fin dall'antichità apriva la Valpolicella a tutto il bacino mediterraneo, e poi per risalita di altri fiumi (in ispecie il Po e i suoi affluenti) metteva in relazione la nostra zona marmifera anche con tutte le città dell'entroterra padano.

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Ovunque nelle città poste lungo le vie d'acqua interne alla Padania o le rive adriatiche troviamo marmi di Sant'Ambrogio: in questo volume se ne discorre ampiamente, anche se un completo catalogo delle opere realizzate sotto vari cieli con i nostri marmi è risultato in questa sede impossibile. Al di là degli esempi pur numerosi qui documentati (dall'età romana all'Ottocento) molti altri se ne sarebbero potuti portare: nel 1454 marmi veronesi giunsero nel cantiere riminese del Tempio malatestiano e nel 1616 monumentali fontane di marmo rosso furono erette davanti alla basilica della Madonna di Loreto, e così marmi approdarono a Ravenna, a Brescia, a Padova, a Vicenza, a Treviso, a Carpi e a Mirandola.

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Una serie di cave non ancora esaurite infatti hanno dato in passato e danno tuttora pietre e marmi tali da imporre il nome di Sant'Ambrogio e di Verona in Italia, in tutto il bacino mediterraneo, in Europa e persino in altri continenti.

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Siamo in una zona abitata fin dalle ere preistoriche: Mandaiole, Passo del Picon, Ca' Verde, Domegliara, lo stesso Capoluogo, San Giorgio, Monte e Solane hanno restituito, nel corso degli ultimi cento anni, testimonianze di grande interesse scientifico. Qui erano villaggi retici costruiti interamente sulla pietra e con l'uso della pietra, tanto per gli elementi verticali come per le coperture, come è documentabile attraverso i recenti scavi dietro l'antica chiesa di San Giorgio Ingannapoltron.

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Il Rosso, per esempio, viene distinto, già dal XVII secolo, in Rosso brusado e Rosso fogado, cioè rosso più cupo e rosso più vivo. Il Bronzetto era, sempre per esempio, già celebrato nel XVI secolo da Giorgio Vasari, laddove descrive la sammicheliana Cappella Pellegrini in San Bernardino di Verona, interamente costruita con l'uso di questa qualità di marmo.

La cava non produce soltanto marmi o pietre, ma anche sassi da calce (abbondano quindi in zona anche le calcare) e sgaie che altro non sarebbero se non ciò che oggi noi chiameremmo cocciame.

Recuperati dai vari butaori (discariche), anche in occasione della 'risistemazione ambientale' (in questo caso agricola) del paesaggio, sassi e sgaie (tutti derivati dall'escavazione, dalla riquadratura e dalla sgrezzatura delle laste o dei blocchi) venivano anch'essi utilizzati come materiali da costruzioni in loco ma anche avviati in varie città. I sassi erano spediti anche alla volta dei cantieri di arginatura dei fiumi o di difese militari. Un commercio quest'ultimo durato anch'esso fino ai nostri giorni.

Nel corso della ricerca ci si è pure accorti che il mondo degli addetti all'escavazione e alla lavorazione del marmo ha, almeno fino alle soglie dei nostri giorni, le sue gerarchie, o meglio le sue figure professionali, anche se dai contorni non sempre ben definiti.

C'è il proprietario, o comunque il gestore di cave che non necessariamente però è soltanto tale. Ci si riferisce a lui con il termine di montanar (dalla montagna, cioè da una o più cave con cui ha a che fare). Andare alla montagna diviene sinonimo di andare alle cave: e vi si recano architetti e ingegneri, scultori e capimastri, intermediari e commercianti, a scegliere personalmente i vari blocchi di marmo cui dare una forma.

C'è lo spezzamonte o spiciamonte, che è lo spaccapietre al quale si riserva il compito di estrarre le laste di pietra dalle buse (gallerie), i blocchi di marmo dalle cave a cielo aperto, e che all'occorrenza è però anche in grado di aiutare i lapicidi presenti in cava a sgrezzare i materiali estratti. Tali Iapicidi (chiamati anche spisochini) non sempre erano dei qualificati ragliapietra o spezaprea: la sgrezzatura dei blocchi, eseguita nello stesso piazzale di cava, non richiede infatti l'intervento di un Iapicida che, più abile, rifinisce invece il pezzo con relative decorazioni, anche sul posto, ma preferibilmente in laboratori posti in vicinanza dei punti di partenza o di arrivo della merce o all'intorno dei vari cantieri.

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C'è poi il vero e proprio scultore, quest'ultimo quasi sempre assente dal mondo ambrosiano, essendo la qualifica riservata a chi scolpisce non capitelli o balaustre, fregi o cornici, altari o puteali di serie, ma a chi appunto si dedica alla figura umana: lo statuario insomma.

C'è ancora il lustrador il cui compito è quello di far risaltare le qualità e i colori dei marmi attraverso appunto la loro lucidatura lucidatura mediante l'uso di pietra pomice e l'onto de gombio.

Quando il lapicida, forte della sua esperienza in costruzioni, assume in proprio la direzione dei cantieri viene qualificato come ingegnere (soprattutto se specializzato in opere idrauliche: conche, chiaviche, ponti, arginature, opere militari) o come architetto (se dedito piuttosto a opere edili). Ed è così che sotto la qualifica assai generica di lapicida sono indicati nei vari documenti tanto il semplice sgrezzatore di capitelli come il grande architetto, in una estensione di significati che ci riesce spesso difficile, anche attraverso la documentazione archivistica, più precisamente definire.

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Si approfondiranno nei vari capitoli in cui si articola questo volume, i vari aspetti di tutte queste attività, ma si farà contemporaneamente anche la storia delle principali famiglie che hanno popolato (dal Quattrocento alla soglia dell'Ottocento) questo mondo del marmo e della pietra.

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Pierpaolo Brugnoli                          
(estratto dall'INTRODUZIONE del volume "MARMI E
LAPICIDI DI SANT'AMBROGIO INVALPOLICELLA").


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